LBSTR apparel – una chiaccherata con Jeppy

Abbiamo avuto la fortuna di chiaccherare e fare un paio di domande a Jeppy Sanders, co-fondatore assieme a Sale di Lobster Apparel.

Lobster è un marchio di street e skateswear nato a Treviso, mia città natale, che frequento e di cui acquisto prodotti da quando sono ragazzino, è stato per me dunque un onore (oltre che un po’ una figata da groupie) potermi sedere con Jeppy alla sua scrivania e chiaccherare come fossimo amici di vecchia data, di cos’è per lui Lobster Apparel, com’è nata e cosa sta diventando.

L: “il motto di LBSTR Apparel è..”

J: “make what we like, what we would wear, and collaborate with who we respect”, a significare che l’intento è sempre stato quello di fare delle cose che ci metteremmo addosso e che ci da energia fare. Quello che senti tuo in primis, in termine di vestiti. Questo apre poi il concept delle collaborazioni con chi chi rispetti, gli artisti che vorresti mettessero i tuoi vestiti, siano essi una t-shirt o un cappellino, una sella, una grafica.

L : “Parli di qualcuno in particolare, tipo Mistaman, Shocca, Bassi Maestro, DJ Double S, Frank Siciliano?”

J: “Beh quello è un aspetto che fa parte del motto in sè, ovvero loro sono delle persone che rispetto, sono degli amici, gente con cui ho sempre avuto a che fare. Non avendo io, però, mai fatto musica, quando c’è stata la possibilità di fare una t-shirt in collaborazione, per me era come suggellare un rapporto già di amicizia, collaborazione e rispetto che perdurava da anni prima della nascita di Lobster. Loro, poi, vengono da Treviso, siamo cresciuti assieme e quindi le nostre storie sono state parallele.

L: “Altri esempi?”

J: “Posso sicuramente farti altri esempi di amicizie, come FaKso (fakso.com) e Zuek (alessandrosimonetti.com). Ci siamo conosciuti grazie ai graffiti, andavamo a dipingere e tutto finiva la. Lobster è stata l’occasione per unire il nostro marchio d’abbigliamento e le loro fotografie. Da qui, since day one, abbiamo sempre messo loro fotografie e grafiche nelle nostre collezioni. Ora loro sono fotografi apprezzati a livello internazionale e potersi permettere collaborazioni con loro non è da tutti; questo a significare che è sempre fantastico quando alla base di un rapporto di collaborazione c’è un rapporto umano, di amicizia sincera.

L: “Materialmente, come nasce tutto questo, qual’è la scintilla che ha fatto scattare le chele di LBSTR?”

J: “Sicuramente il tutto nasce da due cose: il Marker Shop e i graffiti”.

L: “a proposito.. (mi apro la camicia e mostro a Jeppy la logo t-shirt MarkerShop)

J: “ahah, grande, rispetto.”

L: “perdonami, dicevi..”

J: “Dicevo, ho conosciuto Stefano, il mio socio, grazie ai graffiti, tutta questa sub-cultura che erano una volta l’hip-hop, la musica rap Italiana, i concerti. Alle origini Marker Shop si proponeva non solo un vero e proprio punto di riferimento del genere a Treviso, come un posto non solo dove comprare la tavola per skateare, anzichè la bomboletta o il pantalone largo, che altrimenti non avresti trovato in giro (dai fioi, per i fioi – for us by usvolendo tradurre dal veneto).  A Treviso, all’epoca (si parla del 2002), ci si trovava ancora in piazza o al Mosaico, posti che però stavano un po’ morendo in quegli anni, sostituiti dai punti vendita. All’inizio al Marker c’era un grande spazio predisposto con palco e piatti per il Dj Set, non solo per la vendita, a dimostrare di come il rapporto con la musica stia alla base, se non prescinda, la nascita di Lobster”.

L: “e Ghemon?”

J: “ecco lui è un amico da sempre, abbiamo un rapporto che va indietro nel tempo. Ora tu gli continuerai sicuramente a vedere addosso Nike, sono conscio del fatto che ora lui sia un big player, ma io continuerò sempre a mandargli roba, con un gran piacere. C’è un rapporto umano dietro e sono sempre quelli che durano più a lungo. Penso che non funzionerebbe mai per Lobster un rapporto di sponsorizzazione che si basa su un foglio di carta e due firme. Molte volte mi vedrai ad un concerto perchè mi piace l’artista, se poi conosco il manager, conosco lui e parlando di fronte a due birre scatta qualcosa, può nascere una sponsorizzazione”.

L: “Come vedi tutta questa storia dell’hype, dei fenomeni ciclici di moda che esplodono e conquistano e poi sembrano quasi svanire nel nulla, nella maggior parte dei casi almeno?”

J: “Quello che ho sempre pensato è che, sinchè non arriviamo a vivere in una società in cui ai like, alle visualizzazioni e ai followers corrisponda un ritorno monetario (YouTube a parte, in cui comunque è “minimo”, per parlare dei miei amici che nominavamo prima), per una realtà piccola come possiamo essere noi, diventa frustrante, mentre per una realtà come Diadora (faccio un esempio come potrei farne molti altri) può addirittura diventare dannoso. Stando ai followers e ai like, Diadora ad oggi, benchè sia in grande spolvero, dovrebbe essere uno dei top 5 brand di sneakers al mondo, ma la realtà è che ne vedo tantissime sullo schermo del mio telefono e nei negozi, ma poche ai piedi della gente.

Altro esempio, ho degli amici che, dopo una fiera, a loro insaputa, sono stati inseriti fra i brand emergenti in un articolo di hypebeast, immagino tu conosca, del 2017. Ho scritto subito a questa amica per capire come (cazzo) avessero fatto tra ufficio stampa e vari. Lei mi ha detto che non ne sapevano nulla nemmeno loro e che era una sorpresa, che stavano vivendo il momento. Le ho telefonato un mese dopo e mi ha detto che il tutto si era tradotto in 0 vendite (eheh). Io, mai uscito su hypebeast, pensavo che una volta uscito con loro, dovesse succederti qualcosa, invece non siamo ancora arrivati al punto in cui i like sono la nostra moneta corrente, c’è ancora troppa disparità“.

L: “Ho visto, un po’ di tempo fa, che partecipate al Bright a Berlino”

J: “Si, il Bright, in sè, è una fiera dedicata prettamente allo skate e allo skateswear. Noi con LBSTR puntiamo sempre molto a restare vicini alle realtà di strada, da cui siamo partiti e, forse a differenza dell’hip-hop e del mainstream odierno, lo skate è ciò che ancora resta true to itself, per così dire, splendidamente di nicchia. In generale, noi vogliamo sempre esser identificati come un brand di streetwear a tutto tondo, a 360 gradi.

Però se posso darti un’anticipazione, quest’anno a giugno faremo anche il PITTI IMMAGINE UOMO, a Firenze, che una storica fiera del’abbigliamento classico da uomo. Come puoi ben immaginare però, con l’evoluzione che l’industria sta prendendo e l’acquisizione di importanza dello streetwear che sta entrando nell’abbigliamento elegante, anche loro vogliono capirne di più. Siamo riusciti ad entrare al PITTI proprio perchè anche loro devono evolversi e predisporsi sempre di più al casual, alla jeanseriea e allo streetwear, chiamiamolo ancora così.

L: “Nel mondo streetwear e skatewear, quanto conta e quanto può essere un fattore il beneamato made in italy?”

J: “Guarda dipende molto da come te la giochi e da come te la vendi. Per esempio noi non abbiamo mai calcato troppo sul nostro legame con l’Italia, con il Marker e con Treviso, il che è stata un po’ la nostra fortuna all’inizio ma magari un giorno ci limiterà. L’idea era quella di spingere Lobster come un marchio internazionale, con claim in Inglese e Ad in Inglese, per entrare nei negozi (parliamo del 2006/07) ed essere associati a brand come Carhartt o Dickies, riceviamo ancora mail in Inglese per sponsorizzazioni o per ordini, però ora noi cerchiamo di spingere sempre di più sul fatto che siamo italiani. Questo però ci ha aiutati a crescere all’inizio. Devi crederci Molto, con la M maiuscola. Specialmente se pensi ai mercati più sensibili al made in italy, come possono essere quelli Asiatici, dove magari la provenienza effettivamente street di un brand come il nostro, va in secondo piano, lasciando spazio alla qualità, all’hype di cui parlavamo (vedi Palace, Bathing Ape ecc.), streetwear molto alto, praticamente di lusso; quale skater si compra una felpa con la zip al prezzo di una felpa di Gucci? Da loro esistono queste realtà in cui aprono una boutique, una di quelle in cui ti sentiresti in difetto solo ad entrare perchè non c’entri un cazzo, in cui però, effettivamente, vendono streetwear di lusso. A quel livello, il made in italy ti fa fare il salto di qualità.

L: “Avete qualche collaborazione in cantiere?”

J: “Allora, per il prossimo catalogo estivo, che uscirà a breve, punteremo molto su delle collab con i fotografi che hanno stroicamente ritratto LBSTR, tra cui FaKso, Enrico Rizzato (nostro manager e fotografo della parte skate, che come dicevo prima è ancor’oggi una grossa fetta di ciò che Lobster fa ed è), una fotografia con Andrea Rigano, fotografo e chief di Salad Days, nel suo caso una  dal mondo della musica, di stagediving ad un concerto punk ed una fotografia di Zuek, che ha, invece, fatto foto più lifestyle, sempre parte del mondo LBSTR. Ecco, queste saranno le nostre più immediate partecipazioni.

Ti do, invece, un’altra anticipazione di quello che sarà il mood della prossima collezione invernale, che sarà sui tatuatori, non tatuaggi, ma tutuatori legati al mondo LBSTR. Gente che comunque ci ha tatuato, sempre per restare in tema di rapporto umano che prescinde i rapporti di affari. Non vogliamo mettere in evidenza i prodotti finiti (graffiti, grafiche, tatuaggi, vestiti), quanto i personaggi che ci stanno dietro, i nostri amici, le persone che frequentiamo e con le quali ci rapportiamo, con cui usciamo anche fuori da lavoro, che vediamo alle serate, a cui vogliamo bene.

L: “Dove vedi Lobster nei prossimi anni?”

J: ” Bella domanda, sinceramente vedo una forte evoluzione – in che senso – nel senso che le collezioni saranno sempre più indirizzate ad un mondo ed a delle persone che fanno parte della nicchia del mondo LBSTR, a differenza di un passato in cui si facevano compromessi a favore dei trend del momento. Cercheremo di rispettare sempre di più quello che è il motto iniziale di Lobster. Nello specifico l’evoluzione consterà nel fare prodotti sempre più diversi, magari anche inaspettati. Ti faccio un’anticipazione, anche se di pochi giorni, dicendoti che stiamo per iniziare una linea di stampe con delle grafiche molto fighe che vedevamo molto più appropriate all’arredamento, piuttosto che all’abbigliamento in sé. Un tipo di evoluzione potrebbe essere questa, in quanto una delle mie passioni degli ultimi anni è proprio l’arredamento di interni.

Chissà che domani non ti faccia una sedia Lobster.

L: “Un bilancio personale, magari di cuore, dei primi 11 anni di Lobster?

J: “Se devo guardare a 22 collezioni che abbiamo fatto già, e ogni tanto mi guardo alle spalle, mi fermo a pensare alla fortuna che ho avuto di poter fare quel cavolo che ho voluto. Ti faccio un esempio, ho fatto la cassetta del latte Lobster, cosa che a lavorare da impiegato non avrei potuto fare, se non in cameretta con scritto Jeppy sopra, io vivo di questo, seguire progetti, con tutti gli sbatti che ci stanno dietro, perchè mi piacciono e li sento miei (abbiamo fatto 3 edizioni di quella cassetta). Ho fatto ciò che volevo nella mia vita, quindi quale può essere il bilancio, se non una figata.”

Ringrazio Jeppy per il tempo dedicatomi e per l’amichevole chiaccherata.

Trovate LBSTR Apparel anche su Facebook e Instagram.

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