Streetwear italiano, un binomio da PAURA

Due parole con Danilo Paura, fondatore e designer dell’omonimo brand

F: Ciao Danilo, per iniziare ti vorrei chiedere come tutto è iniziato.

D: Il progetto è nato quasi per scherzo, era il 2009 ed insieme a Jacopo Pozzati e Cristian Mignianiello ci siamo lanciati in questa avventura. L’inizio comprendeva felpa pantaloni e t-shirt oversize, ci piaceva lavorare in color block e fin da subito ci siamo posti come cardine l’importanza della qualità del tessuto.

F: Cosa ha influenzato maggiormente il tuo stile, soprattutto inizialmente?

D: Quando ho iniziato non era di certo come adesso, c’era meno “informazione”, una delle cose che distingue il brand è proprio il non lasciarsi influenzare comunque. Vero che il mondo d’appartenenza è quello più underground, lo skate, il basket, la strada, ma non mi sono mai rifatto a nulla di esistente, la mia interpretazione di tutti questi fattori porta alla creazione dei capi, che non sono nient’altro che ciò che vorrei indossare durante l’anno.

F: Cosa vuol dire porsi nella scena streetwear italiana ora?

D: Partiamo dal presupposto che ora come ora, il concetto di streetwear è parecchio vago. Viene interpretato ormai da chiunque, anche da grandissimi marchi (si guardi a Gucci). Ormai chiunque ha un capo “streetwear” nell’armadio, ed esso viene usato in ogni situazione, per come è stato elevato questo modo di concepire la moda, direi che è il miglior momento in assoluto per esserci dentro.

F: Parlami un pò delle tue linee

D: PAURA è la linea da cui tutto nasce in pratica, l’idea è di creare un qualcosa il più possibilmente vestibile, senza denaturarsi con una distribuzione estrema. Lo stesso logo, la scritta in elvetica tagliata a metà, cerca di far passare il messagio che il brand vuole dare. E’ una negazione di se stessa in fondo, paura intesa come sensazione, come brand o da rifarsi direttamente alla persona. DANILO PAURA invece è una sorte di upgrade, una ricerca spasmodica del dettaglio, del colore, del taglio, da atelier diciamo. E’ una prima linea, spendibile in diverse occasioni, che non volta le spalle a chi veste PAURA, fondamentalmente la coesione di queste 2 linee rappresenta ancora di più la fonte della mia ispirazione, ciò che deve essere presente nel mio armadio. In questo caso la distribuzione è ancora più elitaria. MIRROR è un prgetto molto interessante, un vero e proprio laboratorio. Anche qui lavoro in color block, utilizzando grafiche specchiate. La particolarità è data dalle sensazioni che si provano vestendo questi capi, un coinvolgimento quasi totale dei sensi, ogni anno utilizziamo delle fragranze diverse con le quali trattiamo i capi prima di arrivare al dettaglio, quest’anno per esempio utilizziamo un sentore di liquirizia. Anche il tatto è fondamentale, utilizziamo una serie di ammorbidenti e tessuti che possano dare una sensazioni unica a chi li indossa. Ovviamente l’udito è difficile da coinvolgere, ci abbiamo provato inserendo frasi di alcune canzoni per noi importanti (“all the girls”, “dance,dance,dance”) o per esempio la stampa con la faccia di Kurt Cobain.

F: Ho notato che ultimamente Fabri Fibra ha indossato qualche tua creazione

D: Si è stata una bella sorpresa, noi ci siamo conosciuti dopo la sua apparizione televisiva con i nostri capi, ed è stato un vero piacere, ho trovato molti punti di contatto, lui tratta tematiche ben precise da anni, riuscendo a non essere mai banale, senza snaturarsi, in fondo è quello che cerco di fare anche io, seguire il mio istinto e rimanere fedele alla linea.

F: Il fatto di essere un brand italiano nel mercato dello streetwear è un vanto?

D: Se si parla di streetwear italiano è innegabile il fatto che si siano fatti degli errori che non ci hanno messo in buona luce. L’italianità può essere un’arma a doppio taglio a volte. Ma l’ideare e il produrre in Italia di certo può essere una marcia in più. lo standard spesso e volentieri corrisponde all’eccellenza, non si discute.Per esempio, se Jerry Lorenzo decide di creare una sorta di pop-up in un negozio molto famoso in Italia e fare gran parte della produzione quì, un motivo ci sarà pure. C’è anche da dire che sbandierare il Made in Italy è una cosa che non mi appartiene, non per vergogna intendiamoci, semplicemente chi apprezza il marchio e i prodotti ad esso correlati, arriva a scoprirlo da sè. noi collaboriamo con una serie di aziende in Italia veramente incredibili e usiamo elementi che richiamano alla territorialità anche nel design, un esempio è il il camo utilizzato dal “battaglione san marco” al quale abbiamo aggiunto il giallo e rosa ideato per noi da una “lavanderia” con la quale collaboriamo. L’unica critica che mi sento di muovere nei confronti di questa “italianità” è la completa assenza di co-working che all’estero permette ai brand di fare numeri da capogiro.

F: Proprio qui ti volevo, qualche collabo in vista? sono in cerca dello scoop!

D: (ride) ti parlo molto volentieri di quella ufficiale, ossia la collaborazione con Superga. E’ stato veramente molto stimolante. Avere l’opportunità di avere a che fare con un gruppo cos’ grande e ben organizzato come “basic Italia” ne ha fatto uscire qualcosa di veramente buono, dando spunti davvero interessanti. Poi insomma, Superga è una delle scarpe più indossate di sempre e non dimentichiamoci dello spirito irriverente che l’ha sempre accompagnata, questi negli anni 80 hanno fatto una pubblicità con Cicciolina, dai.

F: Che direzione ha PAURA e dove vedi il marchio fra qualche anno?

D: Dove lo vedo? non lo so e non ne sono per nulla preoccupato, non è il dove ma il come. Il dna è questo, non cambierà. ciò che mi auguro è di avere la possibilità di poter lavorare con laboratori sempre più stimolanti e continuare a sviluppare la professionalià che per ora ci ha sempre accompagnato. avere la capacità e la possibilità di risolvere problematiche di vario genere, in pratica fare le cose fatte bene.

Date un’occhiata al lookbook, non vi deluderà

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