Surf The Road – In Romagna lo fanno meglio

Una chiacchierata con i padri delle tavole 100% handmade

Oltre quell’aura patinata fatta di divertimento, spiagge affollate e locali, in romagna si celano progetti e aspirazioni di ragazzi che hanno fatto del “vivere in riviera” un concept da seguire per ogni loro idea.

Sono i ragazzi di Surf The Road che ho avuto il piacere di incontrare durante uno degli eventi organizzati da loro stessi per sponsorizzare il loro progetto e portare in una piccola località balneare come Cattolica (sorella minore della più nota Riccione al quale non ha nulla da invidiare) una ventata di West Coast, con musica a tema ma soprattutto allestendo una rampa che ci rimanda tanto alla California degli anni ’70.

Ciao ragazzi, allora, prima di tutto, chi siete, da dove venite, e cosa fate? G: Gianmarco, Luca e Marco, nati e cresciuti tutti e tre a Cattolica. Siamo tre rider e ideatori del team Surf The Road…

Aspetta un attimo, per chi magari non lo sa, cos’è un rider? G: Un rider è uno che “va”: c’è chi va in bicicletta, chi sulla moto, noi andiamo sullo skate… L: Si, siamo dei ragazzi con la passione per lo skate. Noi ci siamo presi la fetta del Surf Skate, che è quello skate che simula sulla strada il movimento del surf da onda, di conseguenza il nostro nome che tradotto significa appunto “surfa la strada”.

Da dove vi è scattata la scintilla? Un pomeriggio così a random presi dalla noia avete deciso di fare tavole? Molto alla Sorrentino diciamo… M: Più o meno è andata così. Un giorno ci siamo chiesti “Perché le tavole con cui andiamo non ce le facciamo noi anziché comprarle sempre?” e quindi abbiamo cominciato a girare alla ricerca dei materiali, del legno giusto, di colla e di una pressa adattata al momento. Ci siamo rintanati nel nostro “laboratorio segreto” (che poi tanto segreto non è) e abbiamo tirato fuori la nostra primissima tavola che, a mio avviso, rimarrà sempre la preferita.

Quale è la cosa che vi spinge a portare avanti questo progetto? M: Sicuramente la passione, l’impegno e la dedizione che si ha nei confronti di quello che facciamo. Ogni giorno ci imponiamo degli obiettivi da raggiungere, per migliorarci e per far si che quello che il risultato finale sia apprezzato tanto quanto il lavoro che c’è stato dietro. G: Già quando prendi una tavola, ci metti le mani, ci butti sudore e quella alla fine piace, credo che sia davvero il compenso più grande perché puoi dire “Quella tavola l’ho fatta io”.

Vivendo qui inevitabile è l’influenza che può aver avuto il mare nella vostra vita. Il vostro primo approccio è stato diretto con la strada oppure avete qualche precedente con le onde? L: Dal mio canto ho avuto il mio primo approccio con la strada. Sicuramente non ripudio il mondo del surf che, anzi, ha influenzato e influenza tantissimo il nostro stile non solo di concepire le tavole,  ma anche il nostro stile di vita. Tutta la nostra crew, ma soprattutto le nostre tavole, con le varie grafiche, si ispirano agli anni ’70 che hanno segnato come un passaggio cruciale dal mare all’asfalto. Le onde sono così vicine che, come già hai accennato tu, non possono non averci condizionato. Giammi e Marco invece già avevano praticità con lo skin board. Un mix di realtà diverse, nel quale abbiamo trovato un equilibrio perfetto nel carver (tavola che più simula il movimento del surf da onda) e ci ha fatto sempre più capire che quello era ciò che più ci apparteneva e meglio ci rappresentava.

Adesso invece mi tocca fare la domanda antipatica: non è che tutto questo ambaradan sia solo una moda passeggera, destinata a finire nel dimenticatoio, come il giocattolino nuovo che tanto vogliamo oggi e che domani già ci annoia? G: Banale dirlo ma noi speriamo di no. La moda la fa la gente, noi abbiamo semplicemente messo in gioco la nostra passione, e quindi più di sperare che questa cosa duri più a lungo possibile, che non sia semplice moda, non possiamo fare. M: Come abbiamo già detto prima questo ha sempre rappresentato il nostro modo di vivere. Questa nostra idea non ha fatto altro che nascere in un momento dove la nostra più grande passione è anche una moda. Stiamo cavalcando un’onda, in tutti i sensi. E se mai un giorno finiremo nel dimenticatoio, tutto ciò che c’è già stato, il fatto che la gente, pur non conoscendo appieno il mondo del longboard, semplicemente apprezzi tutti gli sforzi che stiamo facendo, è sicuramente una grandissima soddisfazione e motivo di orgoglio. L: Sicuramente la nostra bravura e fortuna è stata che noi parlavamo di questo progetto già da prima che ci fosse stato il boom dello skate style (se così possiamo chiamarlo). Ci siamo trovati come travolti da questa ondata di interesse da parte della gente che inevitabilmente ci ha travolto e ci ha resi un po’ come degli anticipatori di un qualcosa che prima era un semplice sogno personale. A maggior ragione noi ci mettiamo e sempre ci metteremo passione e dedizione, cerchiamo di comunicare un messaggio, un  messaggio che speriamo arrivi e faccia capire che tutto questo non è un semplice castello di carta. La passione non potrà mai essere semplice “moda” intesa nel suo significato più effimero.

Qualcosa di più pratico: come pensate, concepite e partorite una tavola STR? M: Diciamo che i progetti si ispirano a delle idee già esistenti, come shape di base di un longboard. Quindi sicuramente una tavola che si rifà al carver come concept di base, perché come già dicevamo prima, questo tipo di tavola più riesce a simulare il movimento del surf. Prendiamo dei pannelli multistrato di betulla russa spessi circa tre o quattro millimetri. Li tagliamo, li incolliamo tra di loro con delle tecniche molto precise, provate e riprovate per arrivare ad un risultato ottimale. Una volta messe in pressa in modo da unire in maniera definitiva i vari strati, viene la parte più tecnica: si determina il concave (la curva che la tavola forma sull’asse verticale) e il tipo di tail e nose che vogliamo dare alla tavola. Una volta terminato anche questo processo è il turno del nostro Gianmarco che in questo è davvero il maestro assoluto: infatti Giammi è il nostro shaper ufficiale. G: lo shaper è quello che da la forma finale alla tavola: con la mia levigatrice mi metto lì e comincio a limare e a rifinire i bordi dove magari vedo che è asimmetrica… L: Praticamente il ruolo di shaper è fondamentale. Questo è un lavoro che richiede grandissima abilità, cura del dettaglio e una precisione chirurgica. Determina il comportamento della tavola, uno skater esperto subito si accorgerebbe se la sua tavola è asimmetrica o se pende da una parte rispetto che dall’altra. E’ il tocco finale, il dettaglio determinante di tutto un intero lavoro. E Giammi, nonostante il suo carattere che invece suggerirebbe il contrario, è davvero sofisticato e preciso in ciò che fa. G: Si si, anche perché c’è da dire che le misure le prendono loro perché io non sono capace. Dopo anche delle varie grafiche se ne occupano sempre Marco e Luca. La cosa bella è proprio questa, la tavola è quello che è proprio perché c’è qualcosa di tutti e tre, ognuno, nel suo ruolo, è determinante per ogni nostro lavoro.

Un’altra cosa molto curiosa che ho visto sono i nomi che date alle vostre tavole. Ci dite da dove li tirate fuori? M: I nomi derivano da tanta inventiva e immaginazione. Ti racconto questa che forse più rappresenta tutto l’amore e l’odio che c’è nei confronti di una nostra tavola: stavamo lavorando ad uno dei nostri progetti più ambiziosi. Una tavola lunga un metro e mezzo, quindi che rimanda tantissimo ad un vero e proprio surf. Dopo averla pressata (con metodi che hanno fatto uso di una cassa e di un forno a microonde), dopo il lunghissimo processo di shape, ci eravamo resi conto che quella tavola era tanto figa, tanto fine, ma soprattutto, tanto ignorante che avevamo bisogno di un nome che meglio potesse rappresentare quelle caratteristiche. Ci girammo verso Gianmarco che era stremato, in condizioni pietose e io e Luca ci diciamo “Giambu, questa la dobbiamo assolutamente chiamare Giambu” in onore di chi su quella tavola davvero ci ha lasciato qualche anno di vita. L: Forse il bello sta proprio in questo: che alla fine di tutto ci ritroviamo sempre tutti e tre a parlare davanti ad una birra. Mi spiego: nonostante le difficoltà, il tempo e la conseguente tensione di un lavoro come questo, prima di tutto noi tre siamo amici. Il progetto è nato proprio per questo, da una passione che tre amici hanno in comune. Da un sogno che insieme pareva più possibile. E da questa amicizia sono nati quindi i nostri longboard con i loro rispettivi nomi: il Riviera che è un cruise pensato proprio per le belle passeggiate sul lungomare, nasce il Narcos che ha la forma di un proiettile, nasce la Lapide con la tipica forma che è invece una tavola da downhill, una tavola che va davvero forte. Non siamo noi a chiamarle, molto probabilmente il nome se lo danno da sole.

Di solito non si dice mai chi tra i propri figli sia il preferito. Si dice sempre che tutti sono uguali, ma questa è solo una scusa per genitori che hanno molti figli. Voi questa scusa non ce l’avete, diteci un po’ quale è la vostra tavola preferita. G: Riviera 29″, senza dubbio la più bella che abbia mai provato. M: La Narcos, se ci rifacciamo soprattutto alle ultime “sfornate”, credo siano veramente una roba atomica. L: Io invece credo molto nell’ultimo nostro progetto, su cui abbiamo investito tre giorni interi e una pressa nuova e riadattata. Ancora non ha un nome perché credo molto nella magia del momento che ce la farà vedere finalmente finita e come le altre ci dirà il suo nome. Quindi per il momento è una no-name. Ancora ci stiamo pensando su. M: Magari potremmo chiamarla proprio Black Flag! Che leccac***. [Risate di gruppo].

Progetti futuri? Cos’è che bolle in pentola? M: Siamo veramente in un momento di boom dove abbiamo la possibilità di fare tantissime cose. Tante realtà locali, anche di negozi che sono dei pilastri nella nostra città si sono mostrati interessati a collaborare con il nostro progetto. Il fatto che si siano aperte tutte queste vie per noi è già un checkpoint raggiunto ed, ovviamente, un’enorme soddisfazione. Tra le tante però, il progetto che più ci “gasa”, è il progetto “Carbon”: ovvero una tavola interamente fatta in carbonio, ultra leggera ed ultra resistente.

Bene ragazzi, oltre che ad augurarvi il meglio vi ringrazio per l’intervista, ma soprattutto per aver avuto l’opportunità di raccontare una realtà così genuina ma allo stesso tempo veramente cool! Un salutino per i lettori alla vostra maniera? L: “Black Flag a m’arcmand fa bin ben”, che in dialetto cattolichino vuol dire “Black Flag mi raccomando fai per bene“.

Social: Instagram account @surftheroad

Un ringraziamento speciale va anche a Giovanni Malatrasi che ha scattato per l’occasione tutte le immagini della gallery. Instagram account @immortaljoe

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