Z-Boys – The Dark Side of Skateboarding

Dalle onde al cemento

Immaginate lo scenario perfetto. California, le spiagge, il mare, le onde, la spensieratezza. I ciuffi perfetti che ricoprono le fronti abbronzate di ragazzi palestrati “super-cool”, ragazze bellissime con costumi che lasciano ben poco all’immaginazione. Tutti gli ingredienti giusti per una qualsiasi canzone di qualche boy band dei primi anni ’60. Gruppi come i Beach Boys che incarnano il perfetto spirito del Teddy Boy stile West Coast.

Ma come tutte le cose belle, prima o poi finiscono, o meglio, stufano. Nei primi anni ’70 la musica cambia: basta Beach Boys e scenari da cartolina. Basta con quell’aura patinata che ricopriva il fisico marmoreo di ogni abitante della costa occidentale americana.

Era l’ora di tirare fuori lato oscuro che si celava dietro tutto questo, qualcosa che si muoveva sugli assoli prischedelici di Jimi Hendrix e i riff metallici dei Black Sabbath. Si lasciarono le calde sabbie per passare agli asfalti roventi. In quelle strade c’era sesso, droga e rock’n’roll. Erano le strade di Venice Beach, al tempo conoscita come Dogtown.

Le onde erano scarse al Pacific Ocean Park, alle 10 di mattina il mare era già una tavola. I locali dovevano trovare qualcosa da cavalcare. Una manna dal cielo fece si che per colpa della siccita’ tutte le piscine dei ricchi abitanti di Beverly Hills fossero svuotate. Una tavola di legno, due ruote staccate da qualche roller, e le pareti delle vasche erano pronte ad essere cavalcate. Era tornato di moda lo skateboard, quello che a metà degli anni ’60 era considerato un semplice giocattolo, diventò l’articolo di punta e simbolo dello “Jeff Ho & Zephyr Shop”.

I tre padri fondatori Jeff HoSkip Engblom e Craig Stecyk fiutarono odore di affari: radunati i migliori surfisti della zona, fondarono un team di skater che venivano ripresi e fotografati durante le loro perfomance sulle strade californiane. Tra di loro c’erano anche Tony Alva (considerato poi il miglior skater del mondo), Stacy Peralta (divenuto poi regista di film e documentari che hanno portato ancora più notorietà sulla loro storia) e Jay Adams (simbolo di quella falange estremista che non scendeva a compromessi, nemmeno davanti alle cifre stratosferiche del mondo del business).

Sitle fluido, mani per terra, manovre strette che ricordavano quelle dei surfisti: erano gli Z-Boys. Sporchi, teppisti, non stavano alle regole. Cambiarono radicalmente il concetto di skateboarding, fino ad allora fatto di verticali sulla tavola e piroette su due ruote. Saccheggiarono i figli di papà non solo delle loro piscine, ma anche del loro giocattolino buttato nel dimenticatioio. Rubavano ai ricchi per dare ai poveri.

La svolta si ebbe nel 1975, durante le “Nazionali di Del Mar“: gli Z-Boys fecero la loro prima apparizione pubblica, da lí comincia il mito. Prime pagine di magazine, servizi fotografici, merchandising. Tavole da skateboard innovative che montavano ruote in uretano (ricavato del petrolio) che garantivano un grip tale da riuscire una qualsiasi manovra anche sulle pareti piu’ ripide. Tutti volevano qualsiasi cosa orbitasse attorno il pianeta Zephyr, i ragazzi finirono per diventare i portavoce di una micro-rivoluzione che rivaluto’ definitivamente la figura dello skater bacchettone.

Ma il vortice del successo porto’ inevitabilmente alla distruzione di quello che era il valore piu’ genuino che accomunava gli Z-Boys: ricchi imprenditori cercarono di accaparrarsi l’immagine di ogni skater del gruppo, dando cosí via a una competizione che passo dalle rampe ai contratti milionari.

Fatta eccezione per alcuni, la maggior parte dei ragazzi di Dogtown portarono il loro nome su magliette, skateboard e prodotti venduti in tutto il continente.

Gli Z-Boys erano finiti, lasciando in eredita’ un patrimonio che ha fatto degli “ultimi” le leggende indiscusse di un mondo (quello dello skateboarding) che si era piegato alle loro regole. “California rest in peace”.

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